DAL TEMA: IL MIO PAESE
(prova d'esame dell'anno scolastico 1967/1968 della Scuola Popolare)
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Ai piedi del monte Giarolo si trova il mio piccolo paese, a circa mille metri sul livello del mare. E' ormai al punto di tutti i paesini di montagna, che vanno decadendo, cioè in esso non vive più gioventù, specialmente femminile. Ricordo che quando ero più giovane c'era un altro tenore di vita: eravamo tutti contenti, allegri; alla sera si era tutti uniti in un coro di gioia. Le abitazioni sono ormai quasi tutte vecchie, poche case sono moderne. Come agricoltura si produce un po' di frumento o di legumi, la miglior risorsa è ancora nell'allevamento del bestiame. Nonostante tutto questo io sono molto affezionato al mio paese. Il mio è un piccolo paesino di montagna; è situato a mille metri sul livello del mare. Il mio paese è posto ai piedi del monte Giarolo; in esso non ci sono comodità né risorse; speriamo però che fra poco tempo il Comune si decida ad asfaltarci la strada, e ad installare la luce elettrica. Nel mio paese si produce grano e fieno, e forse questa è la produzione più redditizia assieme all'allevamento del bestiame. Qust'anno nel mio paese c'è stato un Corso di Scuola Popolare. Nonostante tutto questo io sono molto affezionato al mio paese. Il mio è un paesino dell'alta valle Borbera attaccato al pendio del monte Giarolo. E' un paese modesto, senza pretese, anzi è scomodo: manca di una bella strada, è privo di una luce adeguata ai tempi ma a me piace tanto. Tanti lasciano questo loro paese natale per recarsi a lavorare in città, a godersi (dicono loro) una vita più comoda, ma io non la penso così; io amo il mio paese e mi piangerebbe il cuore se dovessi lasciarlo. Dal mio paese si vede tutta la conca della Valle del Borbera e nella belle giornate si può vedere ad occhio nudo tutta la catena delle Alpi, da quelle Liguri fino al monte Rosa. Inoltre si vedono le città di Novi e Alessandria ed altri grossi centri con le loro campagne. Le principali risorse del mio paese sono il bestiame, la legna, il grano, il foraggio e le patate. Scarso è il turismo per le scomodità sopra accennate. Da quando ho lasciato il mio paese ho sempre un desiderio di ritornarci, il paese in cui si nasce non si può abbandonare, anche se lontano si può vivere in maniera migliore. Il lavoro dei campi non può ormai rendere un gran chè, per questo bisogna cercare di sistemarci meglio per l'avvenire dei nostri figli. Se fosse solamente per la mia vita, ritornerei ancora in quel paese che mi ha visto crescere fino all'età di vent'anni sano e robusto. La vita di città non mi giova molto, porta un'aria viziata, piena di microbi morbosi. Non c'è confronto con la vita in montagna: si respira apertamente con il profumo dei fiori, le giornate passano in un momento e si vorrebbe vivere per sempre. In primavera è una dolcezza correre per i campi con gli amici, raccogliendo viole e mammole, canticchiando qualche canzoncina tra un coro di uccelli ed il ronzio delle api malinconiche nel vedersi privare di quel fiore loro cibo per fabbricarci il miele. Com'è bello il mio paesello di campagna! Quando mi trovo un giorno libero dal lavoro corro subito in questo paese dove ho trovato tanto amore tra la gente. Sembrava di essere in una famiglia unita, tanta gente, tante idee, però dissentendo di questo e di quello alla fine ci trovavamo tutti d'accordo. Ormai da molti anni ho dovuto abbandonare il tanto amato paesetto; per ragioni di lavoro la montagna oggi viene abbandonata, purtroppo, da molta gente e le case vanno in rovina. I campi sopno pieni di erbe cattive e sassi in abbondanza, solo a pensarci mi viene la tremarella; lasciare questo paese alla rovina, dove i nostri genitori hanno passato tutta la vita lavorando soddisfatti, riuscendo a farci crescere divinamente, mettendo a parte ancora qualche risparmio. Con la vita moderna non si può più viverci. |
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| Daglio Bruno (1949) |